Se sindacato è debole, aumenta diseguaglianza: ricchi più ricchi. Chi lo dice? Il Fmi




      Un sindacato debole fa aumentare la disuguaglianza. E i ricchi diventano più ricchi. No non lo dice il leader Fiom Maurizio Landini, ma due economisti del Fmi, un’istituzione da sempre considerata uno dei templi del cosiddetto Washington Consensus, di quel filone di pensiero attentissimo a conti pubblici e finanza e decisamente più distratto sull’impatto delle politiche sulle persone e sui lavoratori.

      L'anticipazione dello studio (Eccola), pubblicata sull’ultimo numero della rivista del Fondo Monetario Internazionale ''Finance & Developement" , è stata rilanciata da un servizio elaborato dalla giornalista  Chiara Munafò per l'Agenzia Ansa. E, pur giocando con un titolo in cerca di assonanze con una celebre canzone di John Lennon  (‘’Power from the people’’) , ha un approccio scientifico e certo rappresenta un contributo al confronto in atto anche in Italia sul ruolo del sindacato..

     L’indagine guarda ai redditi tra il 1980 e il 2010. E verifica che l’aumento di 5 punti del reddito dei lavoratori più ricchi, quelli nel decile più alto, può essere correlato, almeno per una metà, all’indebolimento del sindacato. Di fatto si assiste ad un ‘’travaso’’ di reddito dalle classi più basse passa a quelle medio alte.

       Tra Renzi e sindacati le punture di spillo, in quest'anno e mezzo, si sono sprecate. Sabato Fiom e Cgil scendono in piazza contro le politiche del Governo.

      Ma certo spesso è stato il premier a dare fuoco alle polveri. Ha ricordato loro che hanno una ‘’crisi di rappresentanza, se è vero che il 54% degli iscritti sono pensionati’’ (Renzi, 12/9/2013) e che il sindacato ‘’deve cambiare perché non può bastare l’iscrizione per fare carriera’’ (Renzi 8/12/2013). Ha detto ‘’basta ai poteri di veto’’ delle organizzazioni dei lavoratori, che così hanno fatto ‘’perdere occasioni’’ e raddoppiare la disoccupazione (28/3/2014). Ha dato loro anche la colpa di aver contributo al precariato ‘’preoccupandosi solo dei diritti di qualcuno e non di tutti’’ (19/9/2014). Ma, oltre ad aver mantenuto il sindacato sempre lontano dalle scelte ecomiche fatte, Renzi è anche passato dalle parole ai fatti: per esempio ha dimezzato i distacchi sindacali nel settore pubblico e introdotto anche per i sindacati (che non applicano l’art.18) il nuovo contratto a tutele crescenti del contestato Jobs Act.

        Il sindacato ha certo bisogno di una riforma profonda. Basta guardare i dati dell'Ocse (1)  per capirlo. I paesi industrializzati hanno registrato un dimezzamento degli iscritti in quasi 33 anni. L’Italia, tra il 1980 e il 2013, ha visto i tesserati scendere dal 49,6 al 36,9% dei lavoratori. Ed è anche vero che i sindacati hanno tutelato e tutelano soprattutto gli iscritti. Ma la ricerca del Fmi segnala l’effetto di ‘’riequilibrio’’ che il contropotere sindacale riesce ad avere in un contesto di mercato sempre più globalizzato.

      Il Fmi respinge poi anche un altro degli argomenti utilizzati dai detrattori del Sindacato, quello che attribuisce loro la colpa di un aumento della disoccupazione, proprio in diretta correlazione con l’aumento della loro forza di contrattazione di paghe sopra la soglia che sarebbe regolamentata dal mercato.  "Ma il supporto empirico di questa ipotesi – sostiene il Fmi – non e’ veramente forte: su 17 studi elaborati dell’Ocse solo in 3 è stata trovata una robusta associazione tra la forza del sindacato e un livello più alto di disoccupazione". Come dire: è un’asserzione tutta da provare.

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(1) Ecco una scheda con la densità sindacale, che corrisponde alla percentuale di lavoratori dipendenti iscritti al sindacato, in alcune economie avanzate e nella media dei paesi Ocse (Fonte: Ocse).
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            Italia     Francia   Germania  Regno U.   Usa       Ocse
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1980    49,6%      18,3%     34,9%     49,7%     22,1%     33,2%
1985    42,5%      13,6%     34,7%     44,2%     17,4%     29,2%
1990    38,8%      10,0%     31,2%     38,1%     15,5%     26,3%
1995    38,1%      8,8%      29,2%     33,1%     14,3%      23,3%
2000    34,8%      8,0%      24,6%     30,2%     12,9%      20,2%
2005    33,6%      7,7%      21,7%     28,4%     12,0%      18,8%
2010    35,5%      7,9%      18,6%     26,4%     11,4%      17,6%
2013    36,9%       n.d.       17,7%     25,4%     10,8%      16,9%

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