La prima casa? E' come la mamma. Le tasse, il consenso e un Paese dalla memoria corta
“Via le tasse dalla prima casa”. Per il
politico italiano, di destra è di sinistra, la promessa di togliere le tasse
dall’abitazione principale è un passaggio inevitabile. Ha una doppia valenza nella trama psicologica della fiction House of Cards de' noantri. Quella di un mantra rassicurante (tipo “la dieta mediterranea fa
bene alla salute”) e, insieme, quella di un tabu intangibile (un po' come “la mamma non
si tocca”).
I sondaggi lo dicono da anni. L’Ici, poi
trasformata in Imu e infine – magia – rinata sotto le vesti della Tasi, è la
tassa più odiata dagli italiani. Toglierla garantisce sicuro consenso. Quasi un
elisir di lunga vita per il politico di turno che, cavaliere senza macchia e
senza peccato, si scaglia contro il ‘balzello’ immobiliare, trasformato in una tassa sul macinato, un'imposta sul vivere.
Già perché la prima casa è un po’ il
nido della nostra intimità, “un tetto di capanna dolce come ombrello teso tra
la terra e il cielo” si potrebbe dire citando De Gregori. C’è poi l’aspetto
storico-culturale: spesso le quattro mura sono il risultato dei sacrifici di
una vita, fatti dal papà o dal nonno: puzzano di sudore e straordinari. Poi, le
quattro mura sono facili da tassare, impossibili da celare o portare all'estero. Il prelievo risulta molto più facile rispetto all’alta finanza che muove miliardi con un clic. Sicuramente meno
faticoso da gestire rispetto alla lotta all’evasione contro imprese in perenne ‘rosso’
che chiudono e riaprono con l’obiettivo di rendersi
irraggiungibili dal fisco.
Ma…c’e’ un ma. Con il nuovo avvio di un
dibattito centrato sulle tasse e sulla casa, l’Italia rimane imprigionata dalle
immagini da carillon, che nascondono una strategia dell’interesse a breve. Il
refrain “via le tasse dalla prima casa” racconta bene l’immobilismo di un Paese
e di un ceto politico. Nasconde l’incapacità di progettare (ma anche di
raccontare: le colpe dei media non sono da meno) un Paese in grado di crescere.
Che si accontenta di alleggerire l’esistente.
Un
Paese moderno punta ad un obiettivo e poi si nuove strategicamente per
raggiungerlo. La rottamazione di vecchi vizi e incrostazioni dovrebbe proseguire
con strategie di modernizzazione anche della politica industriale e tributaria
di un Paese. Con un processo lineare: identificazione di un obiettivo, messa a
punto del piano normativo per raggiungerlo, attuazione concreta. Niente di
ingegneristico, tutto, invece, molto
politico.
Sfugge ora qual è la sfida, se non quella politica di allargare il consenso. L’obiettivo è la crescita? Le costruzioni sono spesso un settore ‘leva’ per l’economia. Ma l’esenzione delle prime case certo non spinge nuovi investimenti. Di case (e cemento) in Italia ne abbiamo anche troppe. Sarebbe stato meglio spingere progetti per il recupero e il rilancio di aree cittadine degradate. L’obiettivo è l’equità? Il progetto di detassazione della prima casa favorisce più i ricchi che i poveri, chi ha una casa grande più di chi ha una casa piccola o proprio non ce l’ha. L’obiettivo sono i consumi? Una detassazione patrimoniale non li aiuta, meglio un alleggerimento sul reddito o misure di incentivo ad hoc per lavoro e produzione.
Poi, per aggiungere dubbi, ci sono le difficoltà a reperire risorse. Per ora contiamo su un allentamento delle regole europee. Certo i circa 4,5 miliardi che serviranno per detassare le prime case, a togliere l’Imu sui terreni agricoli (questa si una misura pro-crescita) e quella sui macchinari ‘imbullonati’ delle imprese eroderanno le risorse per altri ‘sogni’ del cassetto: non consentiranno di superare la legge Fornero con una flessibilità in uscita poco penalizzante (servirebbero 8 miliardi), non permetteranno di adottare una politica contro la povertà (dipende dall'intensità ma parte da 1,5 miliardi). Può darsi - il dibattito è aperto – che non permetteranno di prolungare ancora una decontribuzione piena delle nuove assunzioni con il contratto Jobs Act.: già perche’ dei nuovi contratti a tutele crescenti il governo ha coperto la detassazione di un solo anno, ed è una delle ragioni che vede una crescita delle assunzioni col contagocce.
Sfugge ora qual è la sfida, se non quella politica di allargare il consenso. L’obiettivo è la crescita? Le costruzioni sono spesso un settore ‘leva’ per l’economia. Ma l’esenzione delle prime case certo non spinge nuovi investimenti. Di case (e cemento) in Italia ne abbiamo anche troppe. Sarebbe stato meglio spingere progetti per il recupero e il rilancio di aree cittadine degradate. L’obiettivo è l’equità? Il progetto di detassazione della prima casa favorisce più i ricchi che i poveri, chi ha una casa grande più di chi ha una casa piccola o proprio non ce l’ha. L’obiettivo sono i consumi? Una detassazione patrimoniale non li aiuta, meglio un alleggerimento sul reddito o misure di incentivo ad hoc per lavoro e produzione.
Poi, per aggiungere dubbi, ci sono le difficoltà a reperire risorse. Per ora contiamo su un allentamento delle regole europee. Certo i circa 4,5 miliardi che serviranno per detassare le prime case, a togliere l’Imu sui terreni agricoli (questa si una misura pro-crescita) e quella sui macchinari ‘imbullonati’ delle imprese eroderanno le risorse per altri ‘sogni’ del cassetto: non consentiranno di superare la legge Fornero con una flessibilità in uscita poco penalizzante (servirebbero 8 miliardi), non permetteranno di adottare una politica contro la povertà (dipende dall'intensità ma parte da 1,5 miliardi). Può darsi - il dibattito è aperto – che non permetteranno di prolungare ancora una decontribuzione piena delle nuove assunzioni con il contratto Jobs Act.: già perche’ dei nuovi contratti a tutele crescenti il governo ha coperto la detassazione di un solo anno, ed è una delle ragioni che vede una crescita delle assunzioni col contagocce.
Si potrebbe aggiungere che il confronto della tassazione immobiliare degli altri Paesi vede l’Italia dietro Francia e Gran Bretagna,ma sicuramente più tassatrice della Germania. (ecco gli ultimi dati dell'Agenzia delle Entrate)
Forse
per capire se la scelta è giusta basterebbe accendere un po’ la memoria. E stringere gli occhi per immaginare le
prossime mosse sulla scacchiera del futuro. Anche questo esercizio non è
difficile. Tutti dovrebbero ricordare come è andata con l’esenzione Ici fortemente voluta
e realizzata dal governo Berlusconi. L’alleggerimento fiscale, buono per il
momento e per un consenso immediato, ha fatto arrancare i conti pubblici, esposto il Paese
alla speculazione e, per evitare guai peggiori, costretto dopo qualche anno gli stessi italiani a
pagare tasse immobiliari più alte (con una crescita del 60% della rendita
catastale base). E’ storia recente. Forse non tutti l’hanno dimenticata.


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