Da burocrati attenti ai cavilli a dirigenti smart. Cambia il motore della P.A. La scommessa di Renzi e i rischi dietro l'angolo
Burocrati esperti in cavilli o dirigenti-manager in grado di gestire un'amministrazione smart. La sfida è questa. La rivoluzione in arrivo per i dirigenti pubblici sarà il cuore della riforma della pubblica amministrazione targata Renzi-Madia, perchè mette le mani sul motore dell'elefantiaca macchina amministrativa pubblica italiana, dal centro alla periferia.
Gli obiettivi sono importanti ma i rischi dietro l'angolo non sono da sottovalutare. L'effetto concreto sarà quello di un azzeramento degli incarichi e una rivoluzione nella logica: i dirigenti saranno a rotazione, potranno rimanere in carica al massimo 6 anni; chi non raggiunge gli obiettivi, come quelli di controllare l'assenteismo, sarà licenziabile; il salario sarà come quello di un manager privato, legato a risultati raggiunti per il 30-40%; ci saranno criteri di valutazione.
Negli intenti del governo toglierà le incrostazioni e introdurrà la meritocrazia, nei timori dei detrattori attuerà un radicale spoil system per realizzare un’ occupazione manu militari dei posti chiave. Difficile prevedere l’impatto reale, che certo ci sarà. Si tratta infatti di un intervento a cuore aperto sulla burocrazia italiana – cambierà prospettive, sicurezze e anche salari di 34.000 dirigenti pubblici italiani, tra cui oltre 500 superburocrati – e come tutte le operazioni delicate comporta rischi e promette anche vantaggi. Di fatto per i dirigenti aumenta la responsabilità ma, in parte, diminuisce l'autonomia rispetto al potere politico: sarà un bene?
Gli obiettivi sono importanti ma i rischi dietro l'angolo non sono da sottovalutare. L'effetto concreto sarà quello di un azzeramento degli incarichi e una rivoluzione nella logica: i dirigenti saranno a rotazione, potranno rimanere in carica al massimo 6 anni; chi non raggiunge gli obiettivi, come quelli di controllare l'assenteismo, sarà licenziabile; il salario sarà come quello di un manager privato, legato a risultati raggiunti per il 30-40%; ci saranno criteri di valutazione.
Negli intenti del governo toglierà le incrostazioni e introdurrà la meritocrazia, nei timori dei detrattori attuerà un radicale spoil system per realizzare un’ occupazione manu militari dei posti chiave. Difficile prevedere l’impatto reale, che certo ci sarà. Si tratta infatti di un intervento a cuore aperto sulla burocrazia italiana – cambierà prospettive, sicurezze e anche salari di 34.000 dirigenti pubblici italiani, tra cui oltre 500 superburocrati – e come tutte le operazioni delicate comporta rischi e promette anche vantaggi. Di fatto per i dirigenti aumenta la responsabilità ma, in parte, diminuisce l'autonomia rispetto al potere politico: sarà un bene?
STOP
AD AUTOMATISMI, ARRIVANO LICENZIAMENTI: La novità fondamentale è questa: non
esiste più il posto da dirigente a vita, conquistato con l’anzianità. I
dirigenti saranno tutti in un enorme calderone (il ruolo unico), anche se in alcuni
casi saranno evidenziate le specificità. I loro incarichi dureranno quattro
anni, rinnovabili per altri due. Poi dovranno cambiare ruolo e comunque
superare una selezione per il posto. Ci saranno valutazioni costanti. Chi è stato rimosso per non aver raggiunto
i risultati potrà essere licenziato dopo un anno. Per gli altri la ‘’cura
dimagrante’’ passa per lo stipendio che, con il passare dei mesi senza incarico,
diventerà più che sottile, sul minimo tabellare. Anche perché per la dirigenza ‘’top’’
– in pratica per i circa 530 dirigenti generali – il 40% del salario sarà
legato ai risultati (mentre ora è il 30%).
Vengono anche previsti paletti per gli incarichi assegnati agli esterni.
UNA CULTURA TROPPO GIURIDICA, POCO ECONOMICA,
MAI TECNICA: I nuovi dirigenti pubblici,
in pratica, saranno sempre più simili ai dirigenti privati. Dovranno dimostrare
efficienza e raggiungimento di risultati. Ora invece spesso appaiono come una
casta poco adatta a confrontarsi con le novità che il contesto internazionale
pone: i dirigenti hanno spesso una
cultura giuridica, qualche volta economica, raramente tecnica. Devono solo
sapersi districare sui cavilli giuridici, difficile invece che studiato come
gestire e organizzare.
Il
rinnovamento, quindi, potrebbe portare aria fresca e nuove competenze.
Ma l’impatto iniziale sarà drastico. Tanto
che, pur nella furia rottamatrice, ci si è accorti che si rischiava di perdere
alcuni dirigenti chiave per il funzionamento dello Stato e si è deciso che per
il 30% dei dirigenti apicali potranno essere previste deroghe, almeno all’inizio.
Pensare che il direttore generale del Tesoro, o il Ragionere dello Stato
finissero nel ruolo unico dei dirigenti, certo, non sarebbe stata un’idea
geniale.
IL RISCHIO DI UNA
RIVOLTA, L’IMPATTO SU PIL: Il rischio di
una rivolta è però dietro l’angolo. E per le amministrazioni pubbliche non
sarebbero indolori. Qualcuno maliziosamente ipotizza già una vendetta nel
prossimo referendum costituzionale. Ma più concretamente, come avviene ad
ogni cambio di governo, è facile che un reset così diffuso di ruoli chiave possa
inizialmente imballare la macchina pubblica. L’impatto a breve potrebbe non
fare bene alla crescita del Paese: il
Pil, insomma, potrebbe non beneficiarne. I benefici ci sarebbero, ma solo poi.
IL NODO FUTURO, I CRITERI DI VALUTAZIONE: La rivoluzione degli attuali incarichi appare un risultato scontato. Meno chiari sono invece i criteri per la realizzazione di una vera meritocrazia. Il meccanismo previsto è
più o meno questo: saranno tre apposite commissioni per la dirigenza - una per
i ministeri, la seconda per le regioni e la terza per gli enti locali – a valutare
i criteri che le singole amministrazioni stabiliranno per la selezione dei
propri dipendenti e anche per l’attribuzione dei risultati da raggiungere.
Dovranno inoltre essere loro a selezionarla rosa dei dirigenti ‘apicali’, che
saranno i ministri poi a scegliere.
Chiaramente
tutto dipende dall’attuazione concreta. Se
le selezioni serviranno a scegliere i migliori il Paese non potrà che
migliorare rompendo quella che talvolta appare una casta chiusa, spesso intrisa
solo di cultura giuridica. Rimane invece il timore che il futuro dirigente - che
se sbaglia è licenziabile e che se non viene scelto rischia di vedersi ridurre
al lumicino lo stipendio – diventi più debole e sottoposto ai venti della
politica. Non sarebbe un bene.

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