L'industria, la bella addormentata dell'economia italiana, che batte cassa ma non innova
All’industria italiana - la bella addormentata
della nostra economia - più che un bacio del principe azzurro servirebbe un
pizzicotto. Se l’Italia non
cresce, e il Pil si è attestato di nuovo sullo zero, lo si deve tra l'altro ad un mondo imprenditoriale che non scommette sull’innovazione
e con le molte risorse messe in campo dal governo punta più a fare cassa che a
creare nuove prospettive future. E, come confermano i dati Istat, non
può così che perdere capacità di competere.
La strategia
seguita dal governo, al momento, non prevede una coerente politica industriale.
I meccanismi di ‘’stimolo’’ sono stati
finora solo di tipo fiscale. E gli industriali, colorando di nuove sfumature il
concetto di assistenzialismo, hanno ringraziato e incassato. Le tasse - ha calcolato l'Istat ad inizio anno - scenderà quest'anno dell'11%, di 3,5 miliardi. Altrettanto scenderà l'Ires a partire dal 2017. La decontribuzione
per i neo assunti con contratto a tutele crescenti ha portato altri risparmi e, a conti fatti, è servita solo ad
alleggerire assunzioni che, dopo tre anni di contrazione della massa
lavorativa, non potevano che esserci.
L’esigenza di un cambio di passo da parte
degli imprenditori è chiara anche a Confindustria. Il neo presidente Francesco
Boccia li ha sollecitati nella sua prima assemblea annuale alla guida della
confederazione degli industriali (ecco il suo intervento). “Prima di chiedere agli altri dobbiamo
iniziare ad indicare ciò che spetta a noi’’ e in particolare ‘’innovare i
modelli di governante e di finanziamento’’. E poi ‘’l’industria del futuro
richiede dimensioni adeguate: crescere deve diventare la nostra ossessione.
Piccolo non è bello in se, ma è solo una fase della vita dell’impresa’’.
Ma gli
imprenditori italiani, anche se con qualche eccezione, hanno preferito fare
cassa in modo opportunistico, piuttosto che costruire guardando al futuro. Per
l’Italia è come se si fosse versata acqua in un secchio bucato (un concetto che avevo usato anche in passato). Lo dice anche un'indagine realizzata qualche anno fa dalla Banca d'IUtalia, che certo non usa la metafora del secchio ma elaborazioni statistiche: ha così verificato - ricorda l'economista Francesco Giavassi sulla prima pagina del Corriere della Sera solo qualche giorno fa - che il 74% delle imprese che
aveva ricevuto un sussidio agli investimenti in assenza di queste risorse si
sarebbe comportata alla stessa maniera, un 26% grazie all’aiuto aveva accelerato
quanto programmato per l’anno successivo; e solo un 2% aveva investito in innovazioni
che altrimenti non avrebbe fatto.
Non servono commenti. Semmai bisognerebbe ripensare
una nuova strategia industriale, che non passi solo su sconti fiscali e
incentivi a gogo. Già perché nell’Italia che ha superato il mito del posto
fisso, che ha scardinato le pigrizie della pubblica amministrazione, che sta
pungolando un sistema creditizio troppo legato al potere, che ha rottamato la
classe politica, c’è ancora l’industria su cui intervenire. E per svegliare la
bella addormentata potrebbe non bastare il bacio del principe azzurro.
Ma per agire
serve la consapevolezza. Ecco allora qualche dato.
L’INDUSTRIA
MALATA, SI E’ NUOVAMENTE INCHIODATA. E’ proprio così. Nessuno lo mette in
risalto in chiave critica. Semmai quando si parla di difficoltà, come accade
ora nella stagione della messa a punto della manovra di bilancio, lo si fa per
battere cassa. Ma gli ultimi dati dell’Istat non lasciano dubbi. Nel secondo
trimestre del 2016 il ‘’Pil’’(si chiama Valore aggiunto) dell’industria in
senso stretto ha subito una contrazione dello 0,8%. E non sono buone nemmeno le
aspettative per i prossimi mesi. Il clima di fiducia delle imprese è peggiorato
nel mese di agosto. Nel secondo trimestre dell’anno sono calati dello 0,8%
anche gli investimenti in macchinari e attrezzature: questo nonostante gli
incentivi come il rifinanziamento della Legge Sabatini per rinnovare i
macchinari industriali e il superammortamento al 140% (un vero e proprio
supersconto) per favorire proprio gli investimenti. Francesco Giavazzi, sul
Corriere della Sera, ha spiegato che gli investimenti in macchinari e attrezzature
nel 2015 erano ancora 3,5 punti di Pil (54 miliardi) sotto i livelli precedenti
alla crisi. Gli investimenti in ‘’prodotti’’ intellettuali sono il 16% del
totale, contro il 24% della Francia
NIENTE SCUSE SU
TASSE, CREDITO, ART.18: L’Italia in passato ha sofferto sicuramente di un
contesto non agevole per le imprese. Ma oramai da molti anni le industrie non
fanno altro che incassare benefici, e non solo dalle politiche fiscali.
Partiamo dall’accesso al credito, che non è più un problema. Il Qe di Draghi
spinge le banche a dare credito e ora il Quantitative Easing si è esteso anche
ai bond delle società. Insomma il credito non manca e semmai il problema è l’inverso:
il credito erogato talvolta non viene rimborsato, creando quei crediti
deteriorati (Npl, Non performing loans) che pesano sulle banche italiane.
E le tasse? Basta
guardarsi alle spalle per ricordare che l’Irpeg (ora Ires) nel 2000 era al 37%
poi è progressivamente scesa fino al 27,5% del 2008 e dal prossimo anno (la
norma è già legge) scenderà ancora al 24% (ecco la tabella). Se la si somma al 3,9% dell’aliquota
Irap (dalla quale da quest’anno si può sottrarre il costo del lavoro - promessa
fatta nel passato da Tremonti-Berlusconi e attuata solo ora da Renzi) si arriva
ad un prelievo del 27,9%. La Francia
invece è al 33,3%, la Germania al 29,7% (fonte Sole 24 Ore).
E il lavoro? Il
Jobs act ha consentito di superare l’articolo 18 sulla licenziabilità,
prevedendo in molti casi solo un ristoro monetario. Ha introdotto il
demansionamento e la possibilità di controllare i lavoratori con nuovi
strumenti informatici. Anche assumere non è più un rischio, visto che per tre
anni le tutele sono basse: crescono ma senza impegnare troppo l’imprenditore
sul futuro.
INCENTIVI A
GOGO: L’ammontare delle risorse messe dal governo sul fronte dell’industria e
dell’impresa in generale è stato altissimo. L’elenco degli incentivi alle
imprese che dovevano entrare nella spending review durante il governo Monti è
sparito dai radar del governo. Che invece ha speso molte risorse per rilanciare
l’imprenditoria, ad iniziare dagli sconti per i neo assunti legati al Jobs Act,
fortissimi nel 2015 e ridotti (ma ancora di valore) nel 2016.
Ma le imprese hanno
incassato anche un obiettivo che solo fino a qualche anno fa sembrava
impossibile: una maxi riduzione dell’Imposta sui redditi delle società (che
scende al 24%) e un vero e proprio
depotenziamento dell’Irap, dalla quale si toglie ora una posta importante, il
costo del lavoro. A questo si è aggiunto il superammortamento al 140% per gli
investimenti, le risorse per rifirnanziare il cambio dei macchinari (la legge Sabatini)
e lo sconto fiscale chiamato Ace (Aiuto alla Crescita Economica) che serve a
favorire gli aumenti di capitale per risolvere il problema di
sottocapitalizzazione che frena le Pmi
italiane. Già nel 2016 – ha calcolato l’Istat – le tasse sulle imprese registreranno un calo dell’11%, che equivale
a 3,5 miliardi. Con il calo dell’Ires al 24% si aggiunge uno sconto di 3
miliardi nel 2017 e di 4 miliardi a regime dal 2018.

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