Dramma lavoro. Dietro i numeri persone vere
Luigi e Laura, Matteo e Giovanni, Chiara, Giulio, Gabriele. L'economia spesso nasconde persone dietro le cifre, soprattutto quando si parla delle statistiche dell'occupazione. L'evidenza dei numeri fotografa un fenomeno che cresce, ma lo spersonalizza. Non riesce a raccontare i sogni infranti, i drammi personali, le difficoltà di chi ha figli da crescere e di chi negli occhi dei figli non riesce più leggere la voglia di futuro.
Il tasso di disoccupazione, che a gennaio tocca il 12,9%, non dice molto. Eppure è un record. Invece descrive una generazione bruciata - in perenne stand by - la percentuale della disoccupazione giovanile che sale a quota 42,4%. Un valore che al Sud è ancora più consistente: nel 2013 si è infranta la soglia del 50%, toccando il 51,3%.
Ma più che le percentuali i valori assoluti possono aiutare a dare una chiave di lettura visiva. Meno di due mesi fa c'era un esercito di 3,3 milioni di persone alla ricerca infruttuosa di un lavoro: servirebbe un quadro di Pelizza Da Volpedo affollato come il metrò nell'ora di punta per descriverli.
E poi ci sono 478 mila posti persi in un solo anno: più di 1.280 persone che ogni giorno del 2013 sono uscite dal posto di lavoro con un groppo sul cuore e hanno aperto la porta di casa con il viso rigato dalle lacrime. Perché è così che accade. Tra loro si contano anche tanti precari: per centinaia di migliaia di loro il sogno di avviare un lavoro accettando forme meno garantite di contratto si è infranto miseramente. Sono rimaste solo le poche garanzie.
Ma racconta storie anche la percentuale dei disoccupati di lunga durata ora al 56,4% sul totale dei senza-lavoro. Il dato descrive bene il tunnel di chi da oltre un anno cerca lavoro e insiste nel cercarlo, senza sparire dalle statistiche finendo nel gruppone di chi, oramai scoraggiato, non si affaccia nemmeno più sul mercato del lavoro.
Certo le soluzioni immaginate fino ad ora non bastano più. Non servono gli sconti fiscali sulle assunzioni, una sorta di doping delle debolezze di un sistema che non va. Forse bisogna immaginare un progetto di rilancio di interi settori, puntando su idee e piani strutturali: valorizzare vecchi asset come turismo e cultura, o nuove prospettive come quelle dell'energia alternativa o dei servizi moderni di welfare.
Ancora di più servirebbe però un profondo ripensamento di un sistema occupazionale bloccato, che ammazza di lavoro chi c'è l'ha, annullando i tempi della vita, mentre toglie l'ossigeno a chi l'occupazione non riesce a trovarla, cancellandogli la possibilità di vivere davvero. Oppure pensare ad uno scambio generazionale, che leghi i destini dei giovani che entrano con l'esperienza di chi esce dal mondo del lavoro, prevedendo orari correlati in crescita o in diminuzione. Certo deve esserci una via intermedia per consentire di dividere, o meglio di condividere, lavoro e risorse. Così "lavorare tutti lavorare meno" non mi sembra affatto uno slogan retro' e può essere declinato in modo sicuramente più moderno.
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