I sogni di accordo con la Svizzera dell'emigrante 'a gettone'
‘’Spero proprio che Italia e Svizzera facciano
un accordo’’.
A parlare non è un banchiere che teme il
deflusso di capitali italiani e nemmeno un imprenditore ‘aggira-fisco’ in missione presso una banca svizzera. A dirlo e’ invece uno dei 60 mila lavoratori che, pur residenti
in Italia, attraversano il confine italiano, per andare a lavorare in uno dei
cantoni. Lavora a Zurigo e, a differenza
dei molti frontalieri che ogni giorno si recano in svizzera al lavoro, lui
torna a casa solo per il fine settimana. Ma l'effetto è lo stesso. Il suo contratto? Più che flessibile.
Viene chiamato ogni volta che c’è in ‘’ditta’’ una persona da sostituire. Proprio
per questo, non avendo un contratto fisso, viene pagato di più, esattamente il
contrario di quanto avviene in Italia. Così nei sei-sette mesi lavorativi che passa nei quattro cantoni riesce a raggranellare un’annualità piena di stipendio. ‘’Spero nell’accordo perché
per essere pagato ho bisogno di un conto in Svizzera, e se lavoro più di tre
mesi l’anno guadagno troppo, e rischia di diventare un problema’’.
Ma, visto con l’occhio di un italiano che in Svizzera
ci lavora e che vorrebbe tutto abbia la precisione di un orologio, ci sono
altre mille altre ragioni per le quali affrontare e risolvere i dossier fiscali tra
Italia e Svizzera. Anche perché strettoie burocratiche vengono poi facilmente
aggirate. Mi chiede: ''volete sapere come fa un camion carico di prodotti svizzeri ad
arrivare in Italia con meno burocrazia? Passa per l’Austria''. La Svizzera ha un
accordo specifico con Vienna (anche per lo scambio di informazioni) e questa, a
sua volta, non essendo nella black list tributaria non crea alcun problema per
l’accesso in Italia. Tutto è regolare, nessuna scocciatura. Ovviamente questo non aiuta nè l’economia italiana né quella
dei cantoni.
Ma l’accordo Italia-Svizzera,
nonostante le rassicurazioni di Saccomanni e i sogni del lavatore italiano, non è assolutamente certo. Questo nonostante sia l’Italia sia la Svizzera
sono interessatissimi: noi senza un
placet svizzero rischiamo di vanificare il rimpatrio di capitali previsto con l’autodenuncia
(la voluntary disclosure); la Svizzera potrebbe invece di perdere i propri
clienti in favore di un altro paradiso fiscale.
Nodi tecnici, incomprensioni e una sottile sfiducia reciproca sembrano
al momento aver la meglio. Gli svizzeri lamentano in particolare la discriminazione
prevista dal decreto sul rimpatrio che spinge al rimpatrio verso altri paesi Ue
(tra cui il Lussemburgo) e un mancato collegamento tra la regolarizzazione
della posizione personale e quella dell’impresa che minerebbe alla base l’adesione
dei contribuenti alla norma.
Ma i dossier sono
tantissimi. Tra questi però non mi sembra che ci sia quello che mi sottopone l’
‘’emigrante a gettone’’. Lui, che in Svizzera
è talvolta impiegato anche come rappresentante per la sua ditta, mi segnala
anche un’altra stortura. ‘’Non posso venire in Italia con una vettura che non e’
intestata a me – spiega – perché alla frontiera mi viene trattenuta, a meno che
non abbia la certificazione del datore
di lavoro. E’ previsto da una vecchia norma degli anni ‘40’’. Non so se e’ vero. Ma se lo fosse la ratio mi
sembra chiara: quella di evitare importazioni parallele di auto per realizzare una
sorta di dumpling fiscale con una norma che, certo, aveva anche l’obiettivo di proteggere il
prodotto nazionale a danno del consumatore. Ma ora che la Fiat e’ diventata ‘apolide’
– suggerisce l’interlocutore – chissà che non si riesca a cancellare questa norma?

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